(Ad Alta Voce 2026, Viaggiatori della Certosa – Alla scoperta di altri mondi)
Testo e lettura di Loredana Marzi
“Ama nesciri” è un’espressione latina che significa, “ama essere ignorato” o “compiaciti di essere sconosciuto”. È un precetto spirituale che invita al nascondimento, all’umiltà e a rifiutare la fama o il riconoscimento mondano, centrando la vita su Dio piuttosto che sull’approvazione altrui.
La famiglia Galitzin è stata una delle principali casate principesche durante l’impero russo.
Molti dei membri di questa famiglia si sono distinti nella società dell’epoca e hanno ricoperto cariche importanti fino a ricevere il titolo di Altezza Serenissima.
Il nostro Teodoro Galitzin, che era nato a Petropoli, non è chiaro se Pietroburgo fondata da Pietro Il Grande o una città della Kamciatca, il 16 agosto 1805, faceva parte del Corpo Diplomatico dell’Impero Russo accreditato presso la Santa Sede intorno al 1830.
La maggioranza della popolazione russa, sia ora come allora, segue la religione ortodossa, che non riconosce l’autorità del Papa e permette ai propri rappresentanti del clero di sposarsi, basta che seguano alcuni principi.
Uno dei parenti, tale Dimitri, nato nel 1748 e morto nel 1840, che diventò cattolico a causa della formazione religiosa della madre, emigrò in America per seguire questa sua nuova fede, divenne prete e fondo una colonia che chiamò Loreto e visse così per quattro decenni.
Forse il nostro Teodoro rimase colpito da questo parente o forse il fatto che vivesse a Roma così vicino al Papa, rimane comunque il fatto che visse con lo stesso zelo apostolico.
Essendo nobile e ricco, come molti altri suoi simili, girovagò per le capitali europee, magari anche per allontanarsi dalla personalità reazionaria dello zar Nicola o anche solo per trovare la pace che il suo modo di intendere la vita gli chiedeva.
A Roma conobbe il conte Gregorio Schouvaloff che pare sia stato l’artefice della conversione di Teodoro e di un altro amico cioè il principe Giovanni Gagarin.
Abbiamo così quattro uomini: Teodoro Galitzin e suo fratello Michele, Gregorio Schouvaloff e Giovanni Gagarin alla ricerca di una verità spirituale.
In Russia la religione ortodossa era poco considerata e anche poco approfondita.
Questo modo di vivere la spiritualità non bastava ai nostri quattro.
Gregorio Schouvaloff divenne barnabita (Religioso appartenente alla congregazione di S. Paolo, fondata nel 1530 a Milano, e che dal 1545 ebbe sede nella chiesa milanese di S. Barnaba) e nel 1857 scrisse un libro intitolato “La mia conversione e la mia vocazione” dove racconta anche diverse notizie sul nostro Teodoro.
Quando s’incontrano Galitzin era già convertito al cattolicesimo, e l’altro ancora no. Infatti l’amicizia tarda a nascere fra i due. Schouvaloff, quando diventa vedovo, decide di avvicinarsi alla nuova religione e si lega agli altri. Galitzin e Gagarin non si sposeranno mai. Si incontrano spesso, anche in giro per l’Europa, e si confrontano su argomenti di teologia e orientamenti religiosi.
Questo gruppo di nobili intellettuali russi è molto particolare e non solo per la loro forte unione spirituale. Vengono seguiti da alcuni giovani italiani, sia filosofi che semplicemente patrioti. Uno di questi, Luigi Almerici, rimase accanto a Galitzin fino alla fine per diventare poi barnabita.
Schouvaloff e Gagarin si dedicarono alla vita religiosa mentre Teodoro s’interessò alla vita politica italiana.
Alcuni hanno visto qualcosa di strano in questo suo avvicinarsi al movimento politico essendo lui un fervente cattolico.
Il Papa di quell’epoca era Pio IX e le vicende che lo videro protagonista influirono molto sulle scelte fatte da Teodoro.
A Roma si formarono le legioni dei crociati per combattere contro l’Austria con il motto “Iddio lo vuole”.
Teodoro Galitizin si arruolò come soldato semplice perché rifiutò ogni privilegio.
Con lo zaino e il fucile in spalla s’incamminò insieme agli altri soldati per raggiungere il Veneto e fermare il nemico.
Marciarono per settimane, attraversano l’Appennino, seguirono il litorale e passarono per Bologna e Ferrara per arrivare al Po.
Erano un’accozzaglia di uomini diversissimi fra loro ma uniti dalla volontà di salvare la patria.
Teodoro Galitzin forzò il suo carattere solamente per tenere fede all’impegno preso.
Schouvaloff inviava notizie da Roma e li incoraggiava.
La fatica fu tanta e il suo fisico reagì male. I primi di giugno del 1848 lo vedono arrivare a Padova dove fu costretto a fermarsi mentre il resto dei soldati proseguiva verso Vicenza per respingere il nemico.
Aveva dolori ovunque e il fegato distrutto. Luigi Almerici rimase con lui e capì subito la gravità del male che aveva colpito il principe che si disperava per non poter essere con gli altri.
Gli era stata trovata una forte infiammazione epatica. Lo portarono a Ferrara ma ebbe una ricaduta. Fu spostato a Bologna in una locanda del cognato di Ugo Bassi, vicino all’attuale via della Zecca. Schouvaloff arrivò da Roma per stare vicino all’amico che morì fra atroci sofferenze alle tre e mezza del pomeriggio del 7 luglio 1848. Le sue ultime parole furono: “Quale felicità essere fra poco con Dio”.
Tutte queste notizie furono riportate su volantini che furono stampati per ricordare il nobile personaggio e invitare la popolazione a partecipare alle sue esequie solenni. Il principe era a Bologna da pochi giorni ma era morto per la libertà dell’Italia. Era il 10 luglio e il funerale si svolse nella chiesa di S. Gregorio.
Fu sepolto in Certosa ma non nella tomba attuale, dove fu spostato nel 1853, e più precisamente il 16 settembre di quell’anno. Era presente il prof. Antonio Cipolla che rappresentava i Galitzin in Italia. La tomba fu commissionata dall’amico di sempre cioè il barnabita Schouvaloff.
Il 30 marzo del 1860 moriva, in Francia, il fratello Michele che, anche se era sposato e ministro per la Russia in Spagna, volle essere sepolto accanto al fratello che era stato il suo maestro di vita.
All’inizio erano nella stessa tomba poi Michele fu spostato lì vicino.
La tomba, bellissima, è opera principalmente di Antonio Rossetti.
Il monumento è eseguito su disegno di Antonio Cipolla, il quale si avvale di Antonio Rossetti per le sculture e di Giuseppe Palombini per gli ornati. Il Rossetti incide la propria firma e la data, 1851, sotto il cuscino su cui posa il capo di Teodoro.
Il principe lituano Teodoro Galitzin è rappresentato disteso sulla bara e con la testa adagiata su due cuscini. Il viso è disteso, le braccia sono incrociate e reggono una croce, un lungo drappo è posato sul corpo. Al di sotto del sarcofago è incisa la scritta: AMABAT NESCIRI.