Biografie svelate – Pietro Bubani

(Ad Alta Voce 2026, Viaggiatori della Certosa – Alla scoperta di altri mondi)

Testo: Roberta Martelli; lettura: Chiara Ciantelli, Stephen Williams

“Qui giacciono le ossa / di Pietro Bubani da Bagnacavallo / franco, leale, attivo, filosofo, liberale / amò e odiò di cuore: grato e vendicativo / di sentire violento: di vita metodico / di carattere, e di parola severissimo / provò più cose, musica, ginnastica e medicina / se l’ebbe infine la Botanica / nella quale acquistò rara erudizione / rivoluzionario nel 1831 fece 15 anni e più di esilio / corse botanicamente per 15 anni i Pirenei / nell’amore alle donne ardentissimo / nell’amore della Patria / e nell’odio contro i suoi tiranni estremo…”.

Così recita un’epigrafe concepita per la sua tomba, che riassume e descrive al meglio questo curioso personaggio. Ma partiamo dall’inizio, ovvero il 1806.

Pietro Bubani nasce da un’agiata famiglia di Bagnacavallo, allora uno dei tanti paesi romagnoli. Suo padre, Antonio Bubani, era un borghese estremamente capace negli affari (aveva lavorato all’Agenzia dei Beni Nazionali) che durante la discesa delle truppe francesi e la conseguente soppressione degli ordini religiosi, era riuscito ad accaparrarsi a prezzi stracciati, molti possedimenti ecclesiastici. Costruì così la fortuna di famiglia, ma questo lo portò anche ad uno spiccato assenteismo, tanto che non scorreva buon sangue fra lui e i suoi quattro figli, in particolare proprio con Pietro e suo fratello Francesco.

I due, animati da sentimenti rivoluzionari (d’altra parte, il periodo era fervente!), lasciarono Bagnacavallo per studiare a Bologna. Pietro, nel 1825, si iscrive a Medicina. All’Alma Mater, il titolare della cattedra era Antonio Bertoloni, uno dei più famosi botanici, nonché medici, conosciuto per la sua opera monumentale “Flora italica”. Non ci volle molto prima che il suo allievo Bubani si appassionasse a sua volta di botanica e che ne facesse la sua passione e lavoro per tutta la vita.

Bubani aveva un carattere molto sanguigno, non a caso, oltre alle piante, il suo cuore ferveva anche per gli ideali patriottici: anche qui, non passò molto tempo, che si unì alle fila mazziniane. Il 7 marzo 1831 partecipò ai moti risorgimentali, cercando di raggiungere Ravenna, ma senza successo. Modena, Bologna e altre città della Romagna si erano ribellate al potere papale, ma furono duramente messe a tacere dalla truppe austriache e pontificie. Tuttavia, appena queste se ne andarono, le legazioni di Romagna si costituirono in governi provvisori, dotati ognuno di una guardia civica, a capo della quale, a Bagnacavallo, c’era Bubani. Finito ormai nella lista nera del governo pontificio, quando le acque si agitarono nuovamente, fuggì prima a Bologna e poi, nel 1832, in Corsica. Dai primi moti del 1821 fino a quelli mazziniani del 1853, l’isola ospitò una colonia di espatriati politici, nei quali si inserì anche il nostro romagnolo. Qui, però, Bubani dismise i panni del patriota e indossò quelli del naturalista. Le testimonianze, sotto forma di lettere scritte e ricevute, ci dicono che Bubani cerca di compiere delle escursioni botaniche, per quanto gli è consentito dalle autorità governative, che tengono d’occhio gli esuli italiani. Apprezza il sud della Corsica per la ricchezza e varietà di piante, ma si stanca presto e nel settembre 1832 si imbarca ad Ajaccio per Tolone e Marsiglia, poi prosegue per Genova e da lì arriva a Pisa e quindi a Firenze, sempre tenendosi alla larga dai territori pontifici. Fa gite naturalistiche sull’Appennino e all’inizio del 1834 cura l’erbario del naturalista fiorentino Antonio Targioni Tozzetti.

Per dissapori con questo importante personaggio, deve lasciare il granducato di Toscana, e poi anche Lucca, per essersi – come scrive – “mostrato molto amante delle donne, e per niente amico della pretaglia”. Nell’ottobre del 1835 è a Livorno, destinazione Marsiglia. Comincia allora la sua scoperta dei Pirenei, dove si dedica totalmente alla botanica. Come annota il suo amico Niccolò Tommaseo, altro protagonista del Risorgimento, Bubani “andava sui Pirenei a faticose peregrinazioni per coglier erbe, e comporsi un erbario prezioso”. Dodici estati passate tra i monti, tra campagne di raccolta e studi degli erbari locali, produssero il più completo catalogo della flora pirenaica. Quando tornò in Italia, nel 1847, aveva con sé quattordici casse di piante e un manoscritto di 2500 pagine della Flora Pyrenaea, la sua opera maggiore, che sarebbe stata pubblicata postuma in quattro volumi, il primo nel 1897. Vi sono descritte 2802 specie suddivise in 770 generi, di cui 85 nominati per la prima volta da lui, con nomi fantasiosi come Cupidonia, Vulvaria, Nymphona. Aveva messo insieme tanto materiale che oggi ce lo ritroviamo negli erbari di tutto il mondo: non solo negli orti botanici delle Università di Genova e di Bologna, ma con esemplari in molte altre parti d’Italia e a Berlino, Budapest, Leida, Ginevra, Parigi, Vienna, San Pietroburgo, Washington. Di ogni specie annotava il periodo di fioritura e quello in cui fruttifica, la zona in cui è presente, la data e il luogo di raccolta, gli autori antichi e moderni che l’avevano citata. Tra una spedizione e l’altra, gli capitano disavventure di ogni genere: incappa in bande armate, è scambiato per spia o cospiratore. Veste in modo eccentrico, con cacciatora di velluto, cappello bianco di feltro e cintura rossa alla catalana; porta due enormi baffi, così che ormai tutti conoscono quel buffo italiano. Approfittando dell’amnistia concessa dal nuovo Papa Pio IX, Bubani decide di rientrare in Italia. Il 2 aprile 1847 è a Bagnacavallo dopo quindici anni di esilio. Gli anni 1848-49, cruciali per il Risorgimento, non lo trovano impegnato per la patria, a differenza del fratello Francesco che, arrestato, dovrà scontare cinque anni di carcere. Pietro passa il tempo chiuso in casa, a rivedere i manoscritti, sistemare l’erbario e sognare di ripartire per gli amati Pirenei. Lo fa nel 1850, raggiunge da Tolosa i Pirenei aragonesi, dove trascorre l’estate a studiare la flora. Da lì, sarà un susseguirsi di spedizioni in lungo e in largo per quelle regioni, rientrando occasionalmente a casa per iniziare ad appuntare la sua opera Flora Pyrenaea. L’ultima spedizione, la ventunesima, la farà nel 1878 a 72 anni.

La permanenza a Bagnacavallo tra una partenza e l’altra, oltre che nel lavoro scientifico lo vede impegnato a litigare con i suoi concittadini, soprattutto nei due anni, dal ’63 al ’65, in cui torna alla politica come consigliere comunale. Bubani lamenta la mancanza di coraggio civile, le campagne infestate dai ladri, gli alloggiamenti militari, la gioventù irrispettosa. Gli abitanti di Bagnacavallo gli rispondono con scritte offensive sui muri di casa o occupandogli il palco a teatro quando è fuori paese. Lui si vendica mandando in stampa ogni volta la sua versione dei fatti.

Ci rimangono così tutte le esternazioni rivolte ai nemici, come i tanti opuscoli su temi vari, tra i quali i “Consigli intorno all’ammogliarsi”, mentre da lui stesso è stato distrutto il “calendario donnesco” in cui annotava le conquiste amorose. Bubani termina la sua vita nel 1888, ormai quasi cieco, cadendo, pare, inavvertitamente, dal balcone del suo palazzo. Bubani ci lascia una grande produzione manoscritta, divisa in vari luoghi tra cui la Biblioteca dell’Archiginnasio e il Museo del Risorgimento a Bologna, dove le lettere ai familiari, i diari, l’epistolario fanno ben comprendere il carattere di questo personaggio, il cui busto marmoreo, qui, tiene d’occhio i passanti.