Biografie svelate – Massenzio Masia

(Ad Alta Voce 2025, testo e lettura di Loredana Marzi)

Nel 1911 l’Italia, che aveva mire espansionistiche, dichiarò guerra alla Turchia e conquistò diversi territori, tra i quali la Cirenaica. La guerra durò, per fortuna, solo un anno.

Nello stesso periodo, tra il 1911 ed il 1913, vicino all’Ospedale Sant’Orsola, vennero costruite diverse villette a due piani e molti palazzi dalla cooperativa Risanamento, che oggi chiamiamo di edilizia popolare. Per ricordare i possedimenti africani vennero scelti come nomi delle strade quelli che rimandavano alla conquista, iniziando da Via Libia e proseguendo con via Tripoli, via Zuara, via Bengasi e altre. Ufficialmente, a Bologna, non esiste un quartiere che si chiami Cirenaica.

Nel secondo dopoguerra cambiò tutto e, tranne via Libia che rimarrà con lo stesso nome, le altre strade vennero intitolate ai caduti per la liberazione. Ricordiamo via Mario Musolesi, via Giuseppe Bentivogli, via Sante Vincenzi e anche via Zuara, città della LIbia, cambiò e divenne Via Massenzio Masia.

Massenzio è un nome latino che si può tradurre con massimo. Non è un nome comune. È stato il nome di un imperatore romano sconfitto nel 312 d.C. da Costantino nella battaglia di Ponte Milvio. Il grande Totò diede questo nome al figlio che ebbe da Fanca Faldini nel 1954 e che visse solo poche ore. Non ho trovato nessuna notizia che racconti come mai il nostro Massenzio venne chiamato in questo modo.

Massenzio Masia nasce a Como il 2 settembre del 1902 da Angelo e Angela Molteni.

Non ancora maggiorenne, a soli 17 anni, studente di ragioneria, nel 1919, scappa di casa per unirsi a D’Annunzio nell’Impresa di Fiume che voleva restituire al Regno di Italia la detta città. Fra alterne vicende che videro anche molte e inutili morti, l’Italia perse Fiume. Dopo il Natale di sangue del 1920, il nostro Massenzio rientra in famiglia e consegue il diploma. Contemporaneamente inizia a lavorare come disegnatore di stoffe presso un’azienda tessile.

Successivamente si iscrive alla Facoltà di Magistero a Venezia,  ovvero il Regio Istituto Superiore di Scienze Economiche e Commerciali a Venezia, oggi conosciuta come Università Ca’ Foscari.

In questa città si vive un clima cosmopolita che influenza Massenzio che, frequentando personaggi antifascisti, tra i quali Gino Luzzato, docente presso l’università, cambia ideologia e si allontana dagli ideali che lo portarono a combattere per Fiume e si iscrive ad una società segreta, la Giovane Italia di mazziniana memoria, che nello stesso anno, il 1924, nella sua città natale, Como, lo induce a rifondare, sempre segretamente, una sezione del Partito Repubblicano Italiano. Viene scoperto dalla Polizia e segnalato come persona sovversiva. Riesce comunque a tornare a Venezia ed a laurearsi in Scienze Economiche. Rientra a Como e ricomincia a disegnare stoffe.

Qualche anno dopo, nel 1930, venne assunto alla Olivetti. Lavorò in giro per l’Italia, sia a Nord, Milano, che al Sud, Catania. Tenne un profilo basso e quindi venne depennato dall’elenco dei sovversivi.

In effetti, il suo girovagare, lo facilita nel tenere contatti ovunque con le varie sezioni della Giovane Italia, ma quando il fascismo riuscì ad eliminare questo partito, non si scoraggiò ed entrò a far parte del movimento Giustizia e Libertà, fondato a Parigi da un gruppo di antifascisti.

Conosceva e parlava tre lingue. Per lavoro fu spesso in Asia e scrisse di queste sue esperienze per il Touring Club Italiano. Era un giornalista pubblicista e collaborò, quando divenne tecnico bancario dell’Istituto Internazionale delle Casse di Risparmio, con la Rivista legata a quello stesso Istituto.

Nel 1942 venne richiamato alle armi e destinato all’ufficio della Censura Postale a Bologna. Nel capoluogo emiliano contattò gli esponenti di Giustizia e Libertà e, insieme ad alcuni di loro fondò, l’anno seguente, una sezione del Partito d’Azione, della quale divenne rappresentante, e che costituì, sempre a Bologna, il Comitato per la Pace e la Libertà.

Il 10 giugno 1943, venne arrestato insieme a molti altri che condividevano le stesse idee, ma la caduta del fascismo fece si che venissero liberati. Pubblicò sul primo numero del giornale clandestino Rinascita questo editoriale:

«Vi sono delle ore nella storia dei popoli in cui si sente che tutto, l’avvenire, la vita stessa, sono in gioco. Vi sono delle ore in cui è necessario saper guardare in faccia alla realtà, tralasciando ogni preoccupazione od interesse personale per adeguarsi alle responsabilità imposte dalla situazione, ed agire sapendo che i propri atti contribuiranno ad influire sulle sorti collettive. Per la prima volta dopo un ventennio di schiavitù e d’abiezione gli italiani si trovano sul banco di prova della storia, non più come un gregge negoziato da un tiranno, ma come un popolo libero di scegliersi il proprio destino.[2]»

Dopo l’armistizio entrò a far parte della Resistenza con il nome di battaglia Max, e fu fautore della lotta armata.

Nonostante la difficoltà del periodo storico ha continuato a pubblicare i suoi articoli anche per incitare il popolo italiano alla ribellione contro l’invasore.

Nel marzo del 1944 fondò il periodico emiliano del Partito d’Azione, “Orizzonti di libertà“, e scrisse:

«Oggi non c’è che un modo di servire il Paese: partecipare alla lotta di liberazione nazionale. Per tutti gli italiani ancor degni di questo nome, unico criterio di moralità e ragione di vita dev’essere questa lotta, affinché il sacrificio liberamente accettato ci riscatti da vent’anni di abiezione e dall’ultima ignominia. È col sacrificio e col sangue dei suoi figli migliori che l’Italia sarà risollevata dalla vergogna presente. È attraverso la lotta ed il sacrificio che si acquista il diritto di cittadinanza nella nuova Italia. Solo così il nostro paese ritroverà il suo onore e la sua dignità nazionale e potrà assidersi con parità di diritti nel consesso della nuova Europa»

Due spie infiltrate nel Partito d’Azione, fecero il suo nome e venne scoperto dalla Polizia ma non fu arrestato, solamente sorvegliato. In molti gli consigliarono di allontanarsi da Bologna, ma lui preferì rimanere accanto ai suoi compagni.

Nella notte fra il 3 ed il 4 settembre 1944 il Masia venne arrestato insieme ad altre 23 persone. Venne portato nella caserma di via Borgolocchi, una traversa di via Santo Stefano, e torturato ma non riuscirono a fargli confessare niente. Per essere sicuro di non cedere alle torture cerco prima di avvelenarsi e poi di buttarsi, ammanettato, da una finestra del secondo piano  della caserma ma riuscì solamente a rompersi le gambe.

Anche se gli venne proposto rifiutò di firmare la domanda di grazia

Un uomo libero non chiede al tiranno nemmeno la vita che sta per togliergli.

Il giorno 19 venne condotto in barella nell’aula del tribunale dove fu condannato a morte insieme ad altri sette compagni

Venne fucilato il 23 settembre del 1944 presso il Tiro a Segno Nazionale di Bologna, in via Agucchi al n. 98, dove esiste una targa che ricorda l’accaduto.

Gli venne intitolata l’ottava Brigata di Giustizia e Libertà di Bologna e anche una nell’Oltrepo pavese. Anche la sua città natale, Como, gli ha intitolato una strada.

Ha ricevuto la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria ed è sepolto qui, in Certosa, nell’Ossario per i Caduti Partigiani.

La sua foto è inserita nel Sacrario di Piazza Nettuno.