(Ad Alta Voce 2026, Viaggiatori della Certosa – Alla scoperta di altri mondi)
Testo e lettura: Alberto Alvisi
Buongiorno, oggi si parla di vari personaggi legati all’avventura, e qui, Signori, parleremo dell’avventura con la A maiuscola, quel tipo di avventura che non teme confronti, partiremo con illustrare il sogno atavico dell’uomo, il simbolo primo di Libertà.
Qualcuno di voi sicuramente avrà già capito che stiamo parlando del Volo, un’arte che si sviluppa nell’unico elemento dove l’uomo è totalmente estraneo, l’aria. La respiriamo, e ci permette di vivere, la subiamo quando scatena la sua immensa forza, ci affasciniamo quando capiamo l’immensità che si espande fino ad arrivare allo spazio profondo dove non conosciamo neppure i suoi limiti.
Possiamo camminare, nuotare, ma se apriamo le braccia, pur agitandole con tutta la nostra forza, non riusciremo mai a staccare i nostri piedi da terra. Come nei giochi dei bambini, possiamo fare solo dei piccoli salti, un giorno mi chiesero cosa cercavo nel volo, potevo rispondere come tanti, la sensazione di essere libero, ma avrei mentito, sì, c’è l’illusione di libertà, ma la vera essenza del volo, secondo me, è la gioia di essere lassù, la gioia di un salto prolungato nel tempo e nello spazio.
Al conte Livio Zambeccari, i geni paterni trasmisero la voglia di avventure, i vari interessi scientifici, naturalistici e geografici.
Il padre, infatti, aveva assistito nel 1783 ai primi voli dei fratelli Montgolfier, appassionandosi al volo a tal punto da ripetere, pochi mesi dopo, quegli arrischiati esperimenti.
Nonostante incidenti ricorrenti, non smise mai di tentare, fino all’ultimo fatale esperimento, quello tentato il 21 settembre 1812, che lo portò alla morte.
Il conte Livio aveva allora solo 10 anni, il padre aveva lasciato la sua famiglia in una grave situazione economica dato che aveva consumato ingenti fortune nei suoi esperimenti di volo, lasciando al figlio, come eredità, la passione per gli studi scientifici e la forte tendenza all’avventura.
Nel 1821, conclusi gli studi con successo, non seguì la strada della diplomazia alla quale era stato avviato, ma si unì a gruppi di matrice massonica e liberale, lasciandosi coinvolgere in oscure missioni al termine delle quali, ormai politicamente compromesso, dovette lasciare il Paese.
Il suo esilio lo portò dapprima in Spagna, dove fu brevemente al servizio dei generali Quiroga e Del Riego a capo dell’insurrezione liberale contro Ferdinando VII. Con l’arrivo delle truppe francesi inviate contro i rivoluzionari spagnoli da Luigi XVIII, si imbarcò per l’Inghilterra.
Trascorse gli anni seguenti tra Londra e Parigi, dedicandosi prevalentemente ai suoi studi naturalistici ma la sua forte voglia di libertà e indipendenza lo fecero decidere che il tempo delle rivoluzioni, per Lui, non era ancora finito e partì per l’America Latina verso la fine degli anni ’20.
Qui combatté nelle file degli Ussari repubblicani avversi a Rosas, in Argentina, poi in Uruguay e infine nel Rio Grande do Sul. In questo periodo ebbe anche modo di conoscere Giuseppe Garibaldi (com’è piccolo il Mondo) anch’egli impegnato in quelle guerre.
Nel 1836, combattendo contro le truppe imperiali, Livio fu fatto prigioniero e condotto in catene a bordo della nave Presiganga e portato nella fortezza di Santa Cruz.
Durante gli anni di detenzione diede nuova prova dei suoi interessi, dedicandosi alla realizzazione di carte geografiche e acquerelli e traducendo in portoghese alcune opere politiche e filosofiche.
Solo nel 1839, approfittando di un’amnistia concessa dall’Imperatore fu liberato e costretto a lasciare il Brasile ritornando in Europa.
Trasferitosi a Londra, si unì alla folta comunità di esuli italiani e conobbe personalmente Giuseppe Mazzini, che nel patriota bolognese riconobbe un repubblicano integerrimo e lo introdusse negli ambienti rivoluzionari della capitale inglese.
Poco dopo riuscì a fare ritorno in Italia, ma non nei territori dello Stato Pontificio, dove gli era stato interdetto l’ingresso, soggiornò quindi a Firenze e a Lucca dove vivevano alcuni suoi parenti che riuscirono ad intercedere con le autorità pontificie e a farlo tornare a Bologna nel 1841.
Ma ancora una volta prese contatto con i gruppi radicali, mazziniani e carbonari e riprese la figura di rivoluzionario.
Nel 1843 Livio fu tra gli organizzatori del moto di Savigno, il cui rapido fallimento gli costò una nuova messa al bando, ma fortunatamente questa volta fu sospesa in virtù di un’amnistia in seguito all’elezione di Pio IX.
Con il precipitare degli eventi in tutta la penisola, nel 1848 Livio si mise alla testa di un gruppo di circa trecento armati, presto denominato ”Battaglione dei cacciatori dell’Alto Reno” con i quali ingaggiò varie battaglie in varie zone d’Italia andando anche contro il consenso dei propri Generali, alternando vittorie a sconfitte
Il 20 giugno 1849 dopo una sconfitta, Livio partì per il suo secondo esilio, imbarcandosi alla volta di Corfù, tra le mete preferite del post ’48. Con l’arrivo di altri profughi si fece promotore della creazione di un comitato destinato ad occuparsi delle prime necessità dei patrioti italiani, destando però il sospetto delle autorità britanniche, che timorose che Livio potesse infiammare altri moti rivoluzionari contro di loro nelle isole Ionie, lo arrestarono e lo trasferirono prima a Patrasso e poi ad Atene.
Nel 1854 un’epidemia di colera falcidiò la città greca e così Livio, dopo un periodo di malattia, fece ritorno in Italia stabilendosi in un primo momento a Torino conducendo sempre una vita ricca di avvenimenti politici.
Livio dovette scontare per tutta la vita la fama di un uomo d’azione coraggioso ma sprovveduto, di repubblicano schietto, ma ingenuo.
Il giudizio di Felice Orsini, che fu al suo fianco nei cacciatori dell’Alto Reno, non lascia dubbi: ”Io sono amicissimo di Zambeccari, ma siate certo che in caso di pericolo, e risoluzione e scienza militare, è purtroppo vero che non val nulla. Ed è un gran male perché uomo attaccatissimo al suo paese”.
Ritiratosi definitivamente a Bologna, si impegnò attivamente in campo sociale, soprattutto sostenendo in prima persona la nascita degli “Amici del popolo”, una società di mutuo soccorso rivolta ai lavoratori bolognesi
Muore il 2 dicembre 1862 a causa di precarie condizioni di salute, in ristrettezze economiche, nel 1850 aveva dovuto vendere, dall’esilio, la tenuta di San Marino di Bentivoglio e i suoi beni rimasti passarono in eredità alla sorella Carlotta, il cui figlio, nipote di Livio, donò i suoi cimeli, tra i quali: trattati scientifici dedicati alle piante, disegni di carte geografiche, acquerelli, articoli per giornali, al Museo Civico del Risorgimento al momento della sua costituzione, a fine’800.
Sia Livio che il padre Francesco, inizialmente sepolti in Certosa, vennero trasportati nel 1926 nella chiesa di San Francesco, su istanza della discendente Laura Bevilacqua Ariosti, unitamente al monumento rinascimentale dedicato ad Alessandro Zambeccari, che ancora oggi si può ammirare sul lato destro all’interno della Chiesa.
Termina qui il breve ma intenso racconto di una vita fitta, forse troppo, di avvenimenti avventurosi, di un uomo tormentato da una incessante voglia di libertà e indipendenza per il suo paese e là, dove non vi riusciva, passava i nostri confini e cercava altrove questa sua necessità insita nel suo animo.
Pur nei suoi limiti ed errori diamo atto a quest’uomo un animo nobile e puro, ormai raro ai tempi nostri.
Grazie