Biografie svelate – Giovanna Bertolini Cataldi Bentivoglio

(Ad Alta Voce 2026, Viaggiatori della Certosa – Alla scoperta di altri mondi)

Testo e lettura: Susanna Borghi

Mi presento sono Giovanna Bertolini Cataldi e qui dimoro per l’eternità al fianco di mio marito, Filippo Bentivoglio.

Appartenevo a quella nobiltà bolognese i cui salotti rappresentavano il cuore pulsante della vita culturale, sociale e politica dell’élite clericale della città:

le mie frequentazioni erano i Marchesi Marsigli, i Conti Sassoli-Tomba, la famiglia Grabinski, l’illustre famiglia Rusconi, che oggi dimorano tutti qui nella Certosa.

Fui viaggiatrice per affari: mio padre, il Conte Bertolini Cataldi, mi aveva lasciato una cospicua eredità costituita da buoni di Stato Austriaci, un po’ come i buoni del tesoro oggi.

Lo stato austriaco aveva emesso questi buoni, molto redditizi, per affrontare le spese di guerra contro Napoleone e tanti furono gli italiani che li acquistarono.

Ma proprio causa di queste lunghe guerre per contrastare la tirannide napoleonica, l’Austria era sprofondata in una crisi finanziaria terribile e l’inflazione galoppante aveva colpito duramente chi, come me, possedeva questi titoli di Stato.

Quindi l’anno 1811 segnò l’inizio delle mie sventure economiche e delle mie avventure di viaggiatrice.

All’epoca vivevo a Bologna con mio marito, il Conte Filippo Bentivoglio, senatore della Città.

Ci eravamo sposati nel 1793 e abitavamo nell’imponente palazzo di Borgo della Paglia (oggi si direbbe Via delle Belle Arti), dimora che mio marito Filippo stava facendo rinnovare con grande sfarzo e non poco dispendio.

A Vienna era presente un mio amministratore, un certo Conte di Modena, del quale non voglio fare nome, che avrebbe dovuto salvaguardare il mio patrimonio.

Tuttavia egli non seguiva i miei consigli, voleva agire di testa sua e la sua testa era piena di idee ottuse.

Scoprii persino che dietro di lui agiva un trafficante poco onesto: insomma gran parte delle mie sostanze rischiava di dissolversi nel nulla.

Dopo un aspro scambio di vedute con il Conte di Modena, decisi di troncare ogni rapporto con lui e di pretendere la restituzione integrale di quanto gli avevo affidato e partii per Vienna.

Nonostante i pericoli e i disagi di un viaggio in quell’epoca, affrontai la strada con coraggio e giunsi a Vienna nell’autunno del 1814.

Mi stabilii proprio nel centro storico e iniziai subito a tessere la mia rete di mediazioni: visitai le Monache Salesiane, dove ero stata educanda, e il Nunzio Apostolico (una sorta di arcivescovo di oggi).

Visto che ciò non portava a nulla, decisi di giocare la carta più alta: chiesi udienza all’Imperatore.

Con la massima disinvoltura, gli proposi di restituirmi il mio denaro, accettando in cambio i miei diritti di credito verso quel furfante di Conte mio amministratore.

L’Imperatore, pur sorridendo di fronte a tanta audacia, mi rispose gentilmente che non poteva accondiscendere, ma promise il suo interessamento.

Non mi arresi e mi rivolsi ai giudici. Ogni volta che ricevevo una notifica dai tribunali, tornavo dall’Imperatore, del resto le udienze erano accessibili a tutti, “dal primo signore all’ultimo miserabile”, e mi divertivo a deridere quei signori bolognesi che si pavoneggiavano per essere stati ricevuti, come se fosse un onore esclusivo.

Nonostante fossi assorbita dalla causa contro il Conte G., non avevo certo perso i contatti con la mia città: da Bologna intanto amici e conoscenti mi pregavano di favori e commissioni a Vienna e io mi diedi premura di compiacere tutti, nei limiti del possibile.

Così, nel 1815 trasmisi per conto di certo Manfredini un memoriale all’Imperatore delle Russie ottenendo la grazia richiesta.

Altre volte feci da banchiere a certi bolognesi inviando poi al Conte Filippo i conteggi di quanto egli dovesse farsi rifondere, precisando i corsi alla giornata delle varie valute.

Spesso trattai di acquisti: cembali, servizi di porcellana, cristalleria e argenteria, addirittura dei fazzoletti per la Marchesa Boschi.

Cercai di essere ospitale con tutti i bolognesi che si recavano a Vienna e aprii loro la mia casa in Salvatorgasse.

I miei figli Ludovico e Girolamo avevano l’onere di accompagnare tutti gli ospiti a conoscere la città e i dintorni.

Nel 1815 arrivò il giovane Marchese Camillo Marsigli, coetaneo di Ludovico e Gerolamo, cui, dai genitori, era stato fatto precludere il ritorno in patria per tenerlo lontano da una relazione amorosa che ad essi non garbava.

Arrivarono anche il Marchese e la Marchesa Sampieri accompagnati da cuoco e cameriera francesi, credenziere, cavalcante e cacciatore tedeschi e maggiordomo inglese.

Insomma, una vera Torre di Babele: la Marchesa Sampieri, per comandare tutta questa servitù avrebbe dovuto assumere come Capellano quel poliglotta di Mezzofanti!

Qui a Vienna non avevo per nulla abbandonato mio marito Filippo; anzi la mia vita era un turbine di lettere e carteggi quotidiano a lui inviati.

Il 4 marzo 1815, avendo saputo che Ottavino Malvezzi era stato fatto erede universale dei beni del Conte Prospero Ranuzzi scrissi proprio a mio marito Filippo queste parole: “Ho saputo che Ottavino Malvezzi ha fatto la bell’eredità dal Conte Prospero Ranuzzi, a questo, cioè a Malvezzi dategli il mio rallegro e ditegli che gli auguro che la goda per mill’anni la sua eredità ed in pace e salute, ma siccome un giorno o l’altro bisognerà che ancora lui vada al Creatore, se lui e il fratello non avranno figli, gli raccomando i miei di figli che ne hanno proprio bisogno di un’eredità, considerando come la roba mia è andata”. 

Fui tra le prime a scrivere a Filippo della fuga di Napoleone dall’Elba e delle trattative del Congresso.

Il 12 giugno 1815, con le lacrime agli occhi per la gioia, annunciando che finalmente le Legazioni di Bologna, Ferrara, Ravenna, delle Marche, Benevento e Pontecorvo sarebbero ritornate allo Stato Pontificio e gli scrissi queste parole:

“Dio sia laudato, finalmente la vigilia di St. Antonio sono terminate le nostre angustie, e speriamo che non saremo più tribolati per le orribili tasse che da 19 anni, meno sette giorni, abbiamo dovuto soffrire, non più leve forzate, alloggi che disturbavano e giorno e notte, insomma lusinghiamoci di avere la nostra quiete per sempre, tutti i giorni non vedremo più editti angustiosi come è stato per il passato, e leggi contro Dio e gli uomini.

Chi avrebbe mai detto che Monsignor Mazio che tre anni fa andavo a trovare in prigione ora sarà quello che passerà per Bologna per portare la nuova al Santo Padre della restituzione delle Legazioni”.

Sapevo che la polizia di Metternich apriva la mia posta nei “gabinetti neri”, così escogitai un trucco: scrivevo i messaggi più riservati con il succo di limone. Quando Filippo vedeva il disegno di un cuore vicino alla firma, sapeva di dover scaldare il foglio alla fiamma della candela per veder apparire le mie parole segrete.

Intanto mio marito a Bologna dirigeva teatri e faceva acquisti immobiliari e a me non restò che viaggiare con i mie due figliuoli, due “ribelli” talmente indipendenti che finii per chiedere al padre di farli entrare nel servizio militare, sperando che la disciplina li domasse.

Nonostante fossi partita con l’idea di restare pochi mesi, la mia battaglia legale mi trattenne a Vienna per anni. Ma non mi lasciai abbattere.

Nel 1817, tra un appello e l’altro, portai i ragazzi in Moravia, Polonia e Boemia; sarei voluta arrivare fino a Mosca e San Pietroburgo, ma i precoci e gelidi inverni di quei luoghi mi fermarono.

Ricordo ancora i disagi in Polonia: dormimmo sulla paglia in mezzo ai polli e una volta fummo alloggiati persino in una sinagoga, dove mi riparai dietro la tenda del tabernacolo per avere un po’ di libertà!

Visitammo anche la miniera di sale di Vilisca: scesi a 260 metri di profondità, trovando caverne così vaste da poter contenere tutto il nostro palazzo di Bologna.

A Varsavia conobbi anche famiglie abbienti e assai danarose e mi feci inviare da Filippo i ritratti delle mie due figliuole, Ippolita e Maria, per trovare loro un consorte di tale rango.

Sempre in quella città cercai anche di conoscere quali erano state le origini della stirpe di Giuseppe Grabinski: un personaggio ben strano: dalla Polonia si era trasferito a Bologna, prima aveva abbracciato idee rivoluzionarie, addirittura si era arruolato “nella Grande Armata Francese” e poi aveva abbandonato tutto dandosi ora ad una vita mondana da gran signore.

A Varsavia di lui non sapevano nulla se non che era di nobile stirpe, ma molto povero.

Come avrei voluto ripercorrere quei viaggi in compagnia del mio consorte…

Alla fine, grazie alla mia tenacia, riuscii a recuperare gran parte del mio patrimonio.

Sebbene amassi Bologna, quel “paese grande con i difetti del piccolo”, la mia vita terrena si concluse a Vienna il 26 febbraio 1827 e a Bologna ritornò solo il mio cuore.

Fonte: Storia e Memoria di Bologna/Archivio/Eventi, “Giovanna Bertolini Cataldi a Vienna all’epoca del Congresso”, adattamento del testo di Giuseppe Mondani

https://www.storiaememoriadibologna.it/archivio/eventi/giovanna-bertolini-cataldi-vienna-allepoca-del-congresso