Biografie svelate – Emilio Putti

(Ad Alta Voce 2026, Viaggiatori della Certosa – Alla scoperta di altri mondi)

Testo e lettura: Giancarlo Puliti

Putti è un nome importante per la Certosa.

Non tanto per merito di Emilio – che ricordiamo oggi – quanto per il nonno Giovanni e per lo zio Massimiliano, che sono stati scultori di grande rilievo a Bologna nel corso dell’Ottocento.

Giovanni e Massimiliano Putti hanno lasciato proprio in Certosa numerose testimonianze della loro arte: i Piagnoni all’ingresso sono opera loro, il monumento a Giuseppe e Gaetano Pepoli, e poi i sepolcri Ottani, Buratti, Ferreris… un lungo elenco, e un percorso artistico che dalla prima formazione neoclassica perviene allo stile purista.

Emilio avrebbe potuto proseguire la tradizione artistica di famiglia, da ragazzo si era iscritto all’Accademia di Belle Arti, amava la pittura, e si era anche aggiudicato alcuni premi, prima di abbandonare.

Perché ha abbandonato? Se lo sarà chiesto anche lui a un certo punto, ritrovandosi in uniforme a combattere su tutti i campi di battaglia delle guerre risorgimentali

Non aveva ancora vent’anni – anno 1859 – quando come tanti suoi coetanei si arruola come volontario in Toscana nelle truppe del Regno di Sardegna, forse trascinato dal fratello Marcello.

C’è uno spirito patriottico e irredentista nella famiglia Putti, che sembra intrecciarsi da una generazione all’altra con la vocazione artistica.

Lo zio Davide Putti, anche lui scultore, era morto a 24 anni nella battaglia dell’8 agosto del ‘48, per cacciare gli austriaci da Bologna.

Fatto sta che l’uniforme Emilio non se la toglie più: passando da una campagna all’altra nelle fila dell’esercito piemontese, si guadagna presto i gradi da ufficiale.

Da lì una prestigiosa carriera militare …medaglie al valore, menzioni d’onore, promozioni sul campo…contagiato dal clima di fervore patriottico che anima tutto il decennio, una guerra via l’altra, fino all’unità d’Italia.

Dopo la conquista di Roma capitale si preannuncia un lungo interregno di pace, ed Emilio viene collocato in aspettativa per riduzione del corpo di appartenenza…tornando alla vita civile sarà forse tornato anche alla pittura? Non lo sappiamo, ma risale a questi anni la sua unica opera di cui ci rimane testimonianza.

In realtà non abbiamo il quadro ma solo una sua riproduzione fotografica, pubblicata in una raccolta dedicata alla pittura bolognese dell’Ottocento… Si tratta di una figura femminile, in atteggiamento malinconico, come presaga di una fine prematura, che riprende un soggetto di Raffaele Faccioli, pittore di fama nella Bologna del secondo Ottocento, dal titolo “Il ritorno delle rondini”

Ma se Emilio Putti trova ancora il tempo per dedicarsi alla pittura, la sua vita è ormai spinta dagli eventi in tutt’altra direzione.

Richiamato in servizio nel 1878 viene promosso maggiore, e insignito di nuovi riconoscimenti.

Ora è dall’altra parte del cavalletto, e si fa ritrarre in alta uniforme con tutte le medaglie sul petto. Ma ormai si è spenta l’eco delle gloriose battaglie risorgimentali, la carriera militare ha perso la sua fascinazione eroica, e dalla mano di Emilio spunta una disincantata sigaretta.

Nell’82 viene inviato in missione in Francia per assistere come osservatore alle grandi manovre sulle montagne… E’ qui che comincia il suo diario, pieno di osservazioni tecnico- militari, descrizioni delle manovre, topografia dei luoghi.

Ben diverso è il seguito di questo diario, tre anni dopo: questa volta si tratta di una missione vera e propria, piena di incognite e di rischi imprevedibili, la spedizione di Massaua.

Siamo nell’anno 1885…E’ la prima campagna coloniale dell’Italia, che ora si considera una potenza europea in espansione, e vuole partecipare alla spartizione coloniale dell’Africa, decretata dal Congresso di Berlino.

Tra pressioni e velleità dei politici e perplessità realistiche degli stati maggiori, viene individuato il mar Rosso, – dove già da una decina d’anni esiste una base navale controllata dagli italiani, la baia di Assab – come direttrice di una futura espansione italiana nel Corno d’Africa .

Il 15 gennaio tre battaglioni per un totale di 1.500 uomini al comando del colonnello Tancredi Saletta si imbarcano a Napoli su una squadra navale, costituita da una nave da trasporto e tre navi da guerra. Uno dei tre battaglioni è affidato al comando di Emilio Putti. ora promosso al grado di tenente colonnello.

Man mano che la navigazione procede verso il canale di Suez, si comprende dalle note del diario, affiorano dubbi e perplessità nella mente di Emilio Putti:

«…avendo percorso miglia 246 si cominciavano ad avere preoccupazioni sulle difficoltà che

incontreremo nello sbarco …Ne parlai fin dal primo giorno a Saletta, ma mi rispose a scritto che era la cosa più semplice del mondo. Mi parve strano che un uomo su cui pesa tanta responsabilità non si faceva un’idea esatta delle difficoltà nello sbarcare tutto un materiale così grosso in una riva dominata da monsoni dell’est, senza aver che i mezzi del bastimento per provvedervi.

Non capisco come si spedisca una colonna di truppe a guisa di filibustieri su una costa come

quella di Assab senza aver fatti preventivamente gli studi di sbarco e facilitarne i modi.

Ma è mancanza di pratica, o ignoranza? E pensare che i giornali e quella [bestia] dal Ministro

chiederanno successi vittoriosi …»

Emergono priorità diverse tra le esigenze e gli imprevisti della navigazione e i tempi richiesti dai negoziati a terra nelle varie tappe di avvicinamento,

«Un primo imbarazzo lo avremo domani a Porto Said per lo sbarco: a chi dirigerci?… Troveremo ostacoli e malvolenza camuffata? … Io ne dubito molto e non basta ritenere che il Kedive lasci fare, e se ciò è anche nelle sue intenzioni… chi mi dice che le autorità locali alle quali non può essere così esplicitamente stata comunicata questa passività, non cerchino di ostacolarci»

Nonostante le preoccupazioni crescenti, Emilio Putti riesce ancora a concedersi uno sguardo, da pittore in cerca di ispirazione, sul mondo vario e diverso che gli si presenta nel corso della navigazione

«…la sera è superba di stelle, il bastimento cammina come su un mare d’olio…»

e attende con ansia l’ingresso nel canale di Suez:

«il giorno seguente, il mattino alle h.7 mi recai sul ponte di comando per vedere meglio l’entrata nel canale…

Le rive brulicano di persone in variopinti costumi, che da lontano non posso definire,

passa qualche asino carico, e carrette tirate a braccia. gli uomini camminano frettolosi ed a lunghi passi. La città è sulla parte destra del canale a sinistra sonvi capanne arabe e magazzeni di carbone. Molte case signorili sono stabilimenti consolari, sedi di imprese di navigazione, alberghi, colle insegne in francese e inglese.», per concludere desolato: «Le cose di bordo m’impediscono di lavorare un po’ di pittura. Volevo fare qualche schizzo, ma non v’è tempo.»

Non ci sarà più tempo per la pittura per il tenente colonnello Putti: la corazzata che fa parte della spedizione si incaglia ripetutamente all’ingresso del canale, la sosta a Porto Said si prolunga per giorni snervante, e le complicazioni che ne insorgono creano nuove tensioni con il colonnello Saletta.

Alla partenza da porto Said, quando comincia la navigazione nel canale, ormai corre voce che il vero obiettivo della missione sia Massaua, il porto più importante posto all’ingresso dello stretto di Aden, per prenderne il controllo, con la benevolenza, acquisita per via diplomatica, delle autorità civili e militari egiziane.

«…Noi piccoli ancora, fra questi due gran mondi: divisi da uno stretto canale, andiamo a cercare una via per la grandezza dell’Italia, la troveremo? …chi sa… Intanto se quei buffoni di parolai giornalisti e no, che s’imbrodano loro stessi ed ingannano il paese lodandolo, vedessero quanto cammino dobbiamo anche fare prima di raggiungere la grandezza degli altri popoli, imparerebbero ad avere giusta misura nell’illuminare la pubblica opinione sulle nostre forze. Se coloro che credevano leggera impresa il cercare un posto fra le grandi potenze nella lotta per il possesso d’alcuni porti Africani, ne vedessero da vicino le difficoltà, calmerebbero gli entusiasmi, e soprattutto non lascierebbero come fanno, con tutto per ottenere fatali economie, che non conducono per lo meno, che a rendere più disagiata e pericolosa, una sì capitale impresa.»

Emilio Putti è abbastanza esperto da intuire che le divergenze di vedute tra politici e stati maggiori dell’esercito stanno deviando la spedizione dagli intenti inizialmente dichiarati. Non si tratta più di rafforzare un presidio lungo una via di comunicazione marittima di importanza strategica, ma di stabilire una piattaforma per una futura espansione coloniale verso l’interno.

Il colonnello Saletta sembra convinto e ben informato di questo nuovo indirizzo e si comporta di conseguenza, con piglio decisionista.

«Pare decisamente che ci faremo padroni di Massauah da dove si ritireranno gli Inglese ed Egiziani. Faranno resistenza gli Indigeni?… ritengo di si, se non subito, poco dopo gli Abissini tenteranno di prenderla, anzi pare che già fin d’ora siavi un capo tribù ribelle.»

Approdati finalmente a Massaua, il diario diventa frammentato e sporadico, segnato ancora dalle incomprensioni con il colonnello Saletta

«8 Febbraio | campo di Massauah: Concluse le trattative a terra, il colonnello rientrò a bordo alle 12… Intanto vi aveva preparate le compagnie per dar loro ordini pressoché ineseguibili, e a coloro che pur vorrebbero dimostrarne l’ineseguibilità risponde col dire di volergli creare degli imbarazzi…il Colonello è pronto ad affidarmi ogni responsabilità ma guai a darmi la facoltà di provvedere di mia iniziativa che allora si [monta] e non da luogo a discutere,… avremo? …»

Le ultime note sono del 15 aprile: Putti è reduce da una missione esplorativa all’interno

«…Ieri fui ad Arkiko che non abbiamo occupato ancora per riguardi all’Abissinia, ma che occuperemo presto. Eravamo in 3 Ufficiali montati, e fummo molto poco benevolmente accolti dai basci buzuck che tengono il forte. Un bel forte in muratura al S. Ovest del villaggio. Tornando seguimmo la strada del mare. Era un caldo soffocante. Oggi siamo disturbati da un vento di levante noiosissimo per la sabbia che innalza. Il termometro segna 39° cent….»

Poi il diario si interrompe definitivamente. forse manca il tempo, per l’intensificarsi degli impegni e per le difficoltà della missione…forse Putti non vuole manifestare il suo crescente disaccordo, la sua disillusione, la sua contrarietà per quello che intuisce dietro ai nuovi sviluppi militari …

Ma anche se non scrive più possiamo ancora seguire il filo dei suoi pensieri: non solo non approva l’intensificarsi delle operazioni all’interno, per allargare la zona occupata verso l’altopiano, senza un piano preciso e senza mezzi adeguati…è anche preoccupato per le condizioni igieniche e per lo stato di salute dei suoi soldati, la temperatura avvicinandosi l’estate diventa via via più intollerabile, l’acqua scarseggia ed è forse contaminata, aumentano i casi di dissenteria, si sospetta il tifo, una delle navi, la Garibaldi, è trasformata in nave-ospedale

Ed è proprio il tifo che colpisce Emilio Putti: ai primi di luglio è ricoverato sulla Garibaldi, le condizioni si aggravano, insorge forse il delirio, il pensiero si fa ossessivo, e si dibatte in una stretta della vita che non è in grado di superare…

Ma quand’è che ho deciso di venire a morire qui? Cos’è che mi ha spinto fin qui? Chi lo ha deciso per me?

Alla fine l’Italia imperiale si glorierà di questa conquista senza spargimento di sangue – vedo già i titoli dei giornali – l’Italia conquista la sua prima colonia senza colpo ferire…

Ma non durerà a lungo, già sento l’odore della guerra che si avvicina… questo è solo l’inizio nascosto di una lunga interminabile guerra, l’inizio della spartizione del mondo…

E io come sono finito in questa crepa della storia, in questo vortice di dominio, guidato da un caso beffardo, che irride le ambizioni di gloria degli eroi?

Mi sento affondare su questa nave di folli, svuotato, perso nella corrente, alla deriva

e scivolo lentamente, scivolo giù, non c’è niente a cui aggrapparmi, e mi abbandono all’elemento liquido che ora mi abbraccia, mi avvolge, mi assorbe, scivolo sempre più giù nella notte scura.

La salma di Emilio Putti verrà riportata in Italia soltanto tre anni dopo, e gli verrà dedicato questo busto.

Enrico Panzacchi gli dedica un’ode in memoria, in cui celebra insieme all’umanità e al senso del dovere di Emilio, i fasti dell’Italia, futura potenza imperiale in Africa.